domenica 14 novembre 2010

Lotta... verso una nuova visione del concetto



di Hawas Mahmud*


Numerose parole, termini e concetti sono stati adoperati da arabi e non in diverse epoche storiche, ognuna di queste parole ha portato con sé un bagaglio emotivo legato al livello di consapevolezza, ai pensieri ed al sentimento dominante ogni singola tappa o epoca. Tuttavia ci chiediamo se sia possibile che tali visioni, tali pensieri e sentimenti possano restare fissi ed immutabili nelle menti nonostante cambino le condizioni e mutino circostanze e situazioni.
Tra i concetti che hanno prevalso durante gli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, sino a prima della fine dell'ultimo decennio del ventesimo secolo c'è stato il concetto di lotta: lotta contro il colonialismo, lotta contro i reazionari, lotta contro il sionismo, ecc... Ma con il fallimento dei regimi arabi nelle battaglie per la liberazione, per lo sviluppo e la costruzione di popoli e nazioni e con l'aggravarsi del fenomeno dell'autoritarismo che vanifica ogni cambiamento bloccando sviluppo, trasformazioni e crescita, i danni per questi Paesi sono stati ingenti. Le conseguenze di queste tirannie sono state corruzione, repressione, carceri e migrazioni così come guerre, conflitti interni distruttivi e conflitti esteri disastrosi e tragici. 

Ritengo che con il diffondersi della tirannide gli slogan di lotta abbiano perso il loro lustro e la loro capacità di infiammare le masse divenendo roba da operetta, la gente non si inorgoglisce più dicendo “il mio fratello combattente” o “i miei fratelli militanti”, le dichiarazioni di partito o ideologiche non sono più introdotte dalle parole “O voi, fratelli militanti”. Ciò perché queste parole, questi concetti, hanno perso il loro valore ideologico, il loro significato reale. Molti “militanti” in questi Paesi sono diventati Maestri, dinosauri, mostri di corruzione e distruzione.
Ciò su cui vogliamo concentrarci qui è che tali parole/concetti/slogan non più utilizzati per gli obiettivi fondamentali della resistenza alla colonizzazione, al sionismo o al conservatorismo reazionario sono stati sostituiti – con il fallimento dei movimenti di lotta arabi – o da concetti alternativi, influenzati da nuove ondate religiose come il jihad, o dalla resistenza e, più timidamente per quanto riguarda la sfera interna, dal dissenso.
Lotta è diventata una parola trascurata, dimenticata, messa da parte negli scaffali dove si conservano gli slogan, le agitazioni e l'attivismo degli arabi e se l'autore di queste righe vede questo concetto di lotta sottratto da quelli che erano i suoi scopi in favore di obiettivi contrari e contrapposti a quelli originari è altrettanto vero che questi nuovi obiettivi vogliono dire molto per coloro i quali fanno uso di questi slogan indirizzandoli verso scopi specifici. Questo concetto può essere usato dalle forze democratiche e liberali contro i regimi autocratici corrotti e falliti, tirando loro il tappeto da sotto i piedi a livello teorico, quindi praticamente e realisticamente sulla base delle bancarotte e dei fallimenti dei loro attori. In tal modo diciamo lotta all'autocrazia, o no?
Finché questo stato autoritario fa più danni di quanti ne facesse il colonialismo, accanendosi sull'uomo, distruggendone tutti i sentimenti vitali che fanno di lui un uomo sveglio, paralizzandone le capacità intellettuali e le attività sociali ed economiche, lo trasformerà in un corpo senza spirito attraverso il quale perpetuare ingiustizia, oppressione e violazione.
Con questo nostro articolo crediamo che sia necessario riappropriarsi del concetto di “lotta” in una dimensione araba, mediorientale e mondiale in funzione di una battaglia contro i regimi  dispotici [nel testo originale الأنظام القاهرة che può anche essere letto come “i regimi del Cairo”, ndt.] autoritari e contrari alle aspirazioni dei popoli in termini di sviluppo, libertà, giustizia e diritti umani, affinché sia una leva potente nella mani di chi la usa e non rimanga destinata a scopi fantastici, metafisici e lontani dalla realtà concreta.
Alcune di queste persone giungono a conclusioni strane ovvero benché i popoli arabi sostengano i loro governanti contro le forze straniere qualora queste vincessero allora tali regimi cadrebbero. Questa è fantasia, un'utopia che nessuna persona sana di mente accetterebbe: come potrebbe un popolo ammanettato, privato dei più basilari diritti di cittadinanza e di una vita dignitosa, che ha perso le armi del confronto sopraffare le maggiori potenze mondiali e sconfiggerne l'enorme potenziale tecnologico? E come potrebbe sostenere la sconfitta e l'oppressione essendo impotente? Come potrebbe scavare la fossa dei regimi cosiddetti autoritari avendo le mani spogliate da una forza straniera stabilitasi su una nazione devastata?
L'uomo che appartiene a questi Paesi – il quale non gode dei diritti umani - non può occuparsi di faccende estere che siano necessariamente di natura violenta, ma può occuparsi di quelle di natura diplomatica e razionale.
Il concetto di lotta e ciò che comporta devono essere trasposti in un altro ambito molto importante affinché questi Paesi ottengano l'indipendenza ultima, quella che l'intellettuale ed attivista per i diritti umani tunisino Moncef Marzouki chiama “la seconda indipendenza”!


*scrittore e ricercatore siriano


Articolo originale su Minbar al-Hurriya

3 commenti:

laboratoriogiovinezza ha detto...

gran pezzo.
lo metto sul laboratorio.

bravo giorgio

saluti
r

Giorgioguido Messina ha detto...

Grazie, mi fa veramente piacere sapere che qualcuno abbia apprezzato questo articolo.
Avevo paura passasse inosservato e sarebbe stato un peccato...

laboratoriogiovinezza ha detto...

ormai sei un collaboratore fisso
:-)
nei prox giorni va in pubblicazione

andiamo bene

avanti